Nella nostra cultura, associamo la parola separazione alla parola dolore. Eppure, separarsi è un’esperienza molto comune nella vita di ogni persona. Le statistiche, che descrivono sempre più spesso ogni caratteristica degli italiani, sottolineano il progressivo aumento di matrimoni che finiscono in separazioni e divorzi. In questi casi, si vive la separazione come un fallimento, ed è difficile vederla da altri punti di vista. E’, però, oggettiva la difficoltà sempre più comune legata al vivere assieme. Interessi ed esperienze cambiano nel tempo e, se il Contatto intimo ed emotivo (non solo fisico e sessuale) viene a mancare, le persone si trovano assieme dopo decenni ma su posizioni molto distanti. Il tema è molto dibattuto e sempre più coppie si rivolgono a psicoterapeuti e consulenti matrimoniali per “imparare a comunicare meglio”. Comunque, non è tanto su questo argomento che si svilupperanno le seguenti righe, quanto sulle situazioni in cui “il più è fatto”, e la separazione è inevitabile.
Come mai, nonostante il livello di Condivisione fra le persone sia minimo, la capacità ad Aprirsi all’altro sia ormai compromessa e la Progettualità in comune sia nulla, la separazione resta un’opzione vissuta con sofferenza? Tutto sommato dovremmo essere “allenati”. Se pensiamo a tutti i rapporti affettivi, e non solo di coppia, vissuti da ognuno in una vita, risulta chiaro quanto le esperienze di separazione siano comuni, molto più di quanto lo sono stati i divorzi di Liz Taylor! Cos’è allora che le rende sempre fonti di malessere?
Come sempre, possiamo trovare, alla base del disagio, alcuni precisi funzionamenti di fondo che, se alterati, non ci permettono di vivere in modo soddisfacente la nostra vita. Ad esempio, dovremmo chiederci quali esperienze abbiamo vissuto in merito alla Protezione. Uno studio trasversale svolto alla fine degli anni sessanta dimostrava che il 90% delle madri appartenenti a società tradizionali tenevano i figli a contatto fisico per la maggior parte della giornata, contro il 25% del tempo dedicato a questa abitudine dalle madri americane. In questi casi, non è solo il Contatto ad essere carente ma, più precisamente, un contatto finalizzato a Tenere il bimbo e a proteggerlo.
Esiste poi un altro aspetto della questione: quanto spesso la protezione ci è stata data in cambio di qualcos’altro? Quante volte nella vita, fin dai primi anni dell’infanzia, ci hanno preservato dai pericoli, però, chiedendo di corrispondere completamente alle richieste e alle aspettative di chi lo faceva? In questi casi, l’Esperienza fondamentale dell’Essere Protetti si “inquina” con emozioni e reazioni che non ci fanno stare bene: ogni volta in cui si sperimenta la separazione, emerge un senso di abbandono che poco a che fare con quella specifica relazione.
Anche il modo in cui abbiamo vissuto l’Autonomia fin dai primissimi anni di vita, influenza la nostra attuale reazione nei momenti di separazione. Da questo punto di vista, la polemica che si è innescata qualche anno fa sui “bamboccioni”, cioè su tutti quei ragazzi che vivono ancora a casa dei genitori ben oltre i trent’anni d’età, ha solamente evidenziato una carenza che oggettivamente è presente in parte delle modalità educative di oggi. In Italia, più che in altri Paesi, esiste una scarsa propensione dei genitori ad incentivare l’autonomia dei figli. Ciò è dovuto, in parte, alle paure instillate da un sistema sociale non proprio stabile ed equo; ma in parte dipende anche da una famiglia che non è in grado di portare i ragazzi verso quell’Autonomia richiesta dall’evoluzione del mercato: un mercato che obbliga a sviluppare capacità di reggere la competizione e le frustrazioni dei fallimenti connaturati al cambiamento continuo. Che, in termini generali, ciò sia giusto, o sbagliato, non è questa la sede per dirlo. Certo è che gli studi di etologia che si sono occupati di questo tema hanno evidenziato quanto la spinta precoce all’autonomia, tipica della nostra società occidentale, non sia un indicatore di maggiore indipendenza, rispetto ai bimbi di altre culture. Non basta buttare un bimbo nella mischia, richiedendogli capacità adulte, per renderlo veramente indipendente. Passare da “bamboccioni” ad individui realmente autonomi è, insomma, un passaggio evolutivo tutt’altro che scontato.
In quest’analisi focalizzata sui funzionamenti di fondo dell’essere umano, possiamo evidenziare ancora un fenomeno, pur sapendo di non esaurire tutte le sfaccettature della questione. Un funzionamento alterato che porta la difficoltà a vivere bene la separazione è relativo all’Esperienza dell’Amore. In tal senso non si intende l’amore romantico “da Baci Perugina” ma, piuttosto, quell’esperienza fondamentale per ogni essere umano che consiste nel sentire il legame affettivo, cioè quel “essere portati dentro” dall’altra persona, anche quando non si condivide uno spazio o un tempo assieme. L’Amore si nutre anche di ricordi piacevoli che creano Continuità positiva, una continuità che va al di là di gesti concreti e continue conferme. Certo è che, se questa esperienza è stata vissuta male a causa di una serie di eventi negativi e cambiamenti continui da parte di chi avevamo accanto, ogni separazione diviene un’occasione per mettere in dubbio il legame, l’appartenenza all’altro.
Per superare un lutto o una separazione è spesso necessario rivolgersi ad un esperto di processi relazionali, qualcuno che, dall’esterno, sappia farci notare i funzionamenti alterati alla base di ciò che ci fa stare male. Prima di tutto è, però, necessario riconoscere il proprio star male come qualcosa di tutt’altro che scontato ed inevitabile, qualcosa che può essere affrontato e modificato in funzione di un più pieno Benessere.
M.I.